Perchè la medicina di genere non è soltanto la salute della donna

La buona notizia: il 28 marzo la Camera ha approvato la mozione unificata sulla medicina di genere, presentata da tutti i partiti politici, che impegna il governo ad assumere impegni precisi sulla materia. Sulla mozione, prima del voto, anche il ministro Balduzzi, a nome del governo, aveva espresso parere favorevole. La cattiva notizia: leggendo la mozione appare chiaro che gli estensori non hanno chiara la differenza fra medicina di genere e salute della donna o, se gli è chiara, pensano che le battaglie si possano unire. Ma questo è vero solo in parte.

E’ evidente che una medicina che consideri l’organismo femminile nella specificità (medicina di genere), e non come una versione ridotta di quello maschile, finirà per migliorare il modo con cui le donne vengono diagnosticate e curate (cioè la salute della donna). Ma l’obiettivo della medicina di genere è quello di migliorare anche la salute dell’uomo, valutando le differenze e studiandole. La mozione cita l’osteoporosi, ma per il motivo sbagliato: la sua maggiore prevalenza nel sesso femminile, infatti, ha finito con il pregiudicare la specificità della malattia nell’uomo, che pure ne soffre. Non importa quindi se una patologia è più o meno prevalente nell’uomo o nella donna; quello che importa è che si manifesta, ha un decorso e una cura diversa.

La mozione fa ulteriore confusione impegnando il governo, tra le altre cose “ad incentivare e valorizzare gli interventi di prevenzione e di diagnosi precoce delle patologie attraverso la sempre maggiore diffusione dei programmi di screening, in particolare del pap test, della mammografia e della prevenzione delle malattie cardiovascolari in epoca post-menopausale, includendo le donne immigrate; e a rafforzare gli interventi rivolti all’area materno infantile”. Ovviamente si tratta di interventi che tutti auspichiamo, ma che etichettare come medicina di genere non ci sembra appropriato.

Sulla pelle delle donne

Di nuovo in Toscana, questa volta a Volterra (Casa Torre Toscano – ore 15.30), invitate dalla Commissione Pari Opportunità del Comune. Parliamo del nostro libro, come sempre, e speriamo di farlo insieme a molte di voi

Medicina di genere: è ora di passare alla pratica

Un sistema sanitario capace di promuovere una medicina rispettosa delle differenze tra uomini e donne nella risposta alle malattie e alle terapie, e di tradurla nella pratica clinica. E’ quello che chiedono gli operatori sanitari secondo quanto emerge dalla prima ricerca condotta su decisori, amministratori, medici e farmacisti per verificare la conoscenza della medicina di genere e capire quali siano i margini per introdurla nei percorsi clinici e assistenziali. L’indagine “Conoscenza, rilevanza e prospettive della medicina di genere in Italia” è stata presentata oggi a Roma nel corso di un simposio organizzato dal Gruppo italiano per la salute di genere (GISeG) insieme a Novartis.

“Attuare la medicina di genere significa assicurare migliore salute a tutti, uomini e donne, adulti e bambini, significa raggiungere l’appropriatezza preventiva e terapeutica declinata nel genere. Naturalmente dobbiamo chiedere ai decisori di rivedere le politiche sociali per la donna”, afferma Flavia Franconi, presidente del GISeG. “Questa ricerca, che ha coinvolto specialisti e decisori sanitari, incoraggia la svolta di genere nella sanità italiana: il sistema sanitario si mostra consapevole e pronto ad adottarne i principi”.

Il primo dato che emerge dalla ricerca è che la medicina di genere è ormai conosciuta tra gli operatori sanitari: dimostrano di essere a conoscenza l’86% dei direttori generali e sanitari e l’80% dei farmacisti, ma anche il 77% degli oncologi e il 75% dei neurologi. Stupisce il dato dei cardiologi (che affermano di conoscere le differenze nel 62% dei casi) perché è proprio da questa disciplina che è nata la medicina di genere, ed è quella dove sono maggiori le evidenze di una differenza nella patogenesi, nel decorso della malattia e nella risposta ai farmaci.

Proprio per questo, d’altra parte, interrogati sull’area terapeutica da cui si aspettano maggiori novità dall’introduzione della medicina di genere gli operatori rispondono nell’85% nel campo delle malattie cardiovascolari, nel 79,3% nel’ictus, seguiti dalla sclerosi multipla (73,7%). Se dalle aree terapeutiche si passa poi a valutare gli elementi dell’assistenza e della cura che possono (e dovrebbero) essere maggiormente modificati da un approccio rispettoso delle differenze, emerge la necessità di un intervento a largo raggio: gli intervistati si aspettano un approccio di genere nella prevenzione (83%), nella terapia farmacologica (per esempio, con una maggiore attenzione a valutare la diversa efficacia e incidenza di effetti collaterali dei farmaci tra uomini e donne) e nei disegni degli studi clinici (77%).

Cosa bisogna fare allora per passare dalla teoria alla pratica? Secondo gli intervistati le istituzioni devono promuovere principalmente la formazione, favorendo l’inserimento della medicina di genere nei percorsi universitari di medici, infermieri, farmacisti (90% del campione), ma anche per modificare le linee guida esistenti o produrne di nuove, per migliorare l’appropriatezza assistenziale.

(via Galileo)

L’Italia non è un paese per donne

Negli ultimi sei anni l’equità di genere ha fatto grossi passi in avanti nel mondo. Nessun paese può dire di averla raggiunta in pieno, ma molte disparità tra i sessi sono state azzerate: oltre il 96 per cento di quelle nel campo della salute, come anche il 93 per cento del gap nell’istruzione. Lo dicono i dati del sesto rapporto “Global Gender Gap Report 2011” stilato dagli esperti del World Economic Forum, dell’Università di Harvard e di quella di Berkeley. L’85 per cento dei paesi presi in esame è riuscito a ridurre il gap di genere mentre nel resto del mondo resta ampio il divario, soprattutto in Africa e sud America. E l’Italia? Nonostante i progressi nella salute e dell’educazione, il nostro paese ricopre la 74esima posizione in classifica, preceduta da paesi come il Burundi, il Mozambico e il Bangladesh.

Il rapporto, appena presentato, si basa sul Global Gender Gap Index e fotografa il divario tra i sessi in 135 paesi per quattro settori fondamentali: quello economico (composizione della forza lavoro, gap retributivi, differenze nella carriera), politico (presenza di donne nelle alte cariche dello Stato), dell’istruzione (numero di donne alfabetizzate e iscritte a scuola rispetto agli uomini) e della salute (nuovi nati in base al sesso, aspettativa di vita). Secondo i dati emersi, i maggiori progressi nell’eliminazione del gap di genere sono quelli nel campo della salute e nell’educazione, mentre resta da colmare quello nella partecipazione alla vita economica e politica (è stato azzerato solo il 53 per cento del gap nella partecipazione economica e il 18 per cento nella politica).

(via Galileo, continua a leggere qui)

Evoluzione a sesso unico

Quali immagini mostrano il percorso dell’evoluzione umana nei libri di testo scolastici? Queste immagini veicolano conoscenza scientifica o anche valori impliciti? A questi due quesiti ha voluto dare una risposta il progetto europeo BIOHEADCitizen (1), che si è occupato della didattica di alcuni grandi temi scientifici, tra cui l’evoluzione umana, argomento tuttora non presente nei programmi scolastici di diversi paesi, anche europei. Utilizzando la stessa griglia di analisi per ogni paese, sono state analizzate le immagini relative al genere Homo di 30 libri di testo, rivolti a studenti da 7 a 19 anni, nei 12 paesi sui 18 partner di BIOHEADCitizen in cui viene insegnata l’evoluzione umana: Cipro (4 libri di testo), Estonia (2), Finlandia (2), Francia (4), Germania (3), Ungheria (3), Italia (6), Libano (1), Lituania (2), Polonia (1), Romania (1), Senegal (1).

Una seconda parte della ricerca è stata limitata alle immagini della specie Homo sapiens rappresentate negli alberi evolutivi (2). Presupposto teorico essenziale per l’analisi è il concetto di trasposizione didattica, proposto da Verret (1975) e poi da Chevallard, che attiene al modo in cui una conoscenza scientifica è selezionata e poi trasformata per essere insegnata e che è stato posto direttamente in relazione ai libri di testo da Clément e Hovart (2000). Quessada e Clément (2007) hanno introdotto il concetto di ritardo nella trasposizione didattica (Didactic Transposition Delay – DTD), con  riferimento al lasso di tempo che intercorre dal momento in cui appare una nuova pubblicazione scientifica e quello in cui i suoi contenuti sono presenti nei programmi scolastici o nei libri di testo.

(da Sapere di ottobre continua a leggere qui)

La medicina di genere: una nuova prospettiva

Eccoci di nuovo a Grosseto, questa volta l’appuntamento è l’11 novembre alla sala convegni della Fondazione “Il sole” (Via Uranio, 40) alle 16.00

La medicina di genere non è la medicina che studia le malattie che colpiscono prevalentemente le donne, ma la scienza che studia l’influenza del sesso (accezione biologica) e del genere (accezione sociale) sulla fisiologia, fisiopatologia e clinica di tutte le malattie per giungere a decisioni terapeutiche differenziate a seconda del genere di appartenenza.

Il volume che presentiamo analizza, con un linguaggio comprensibile anche ai non addetti ai lavori, il modo in cui molte malattie colpiscono diversamente uomini e donne, come la loro diagnosi possa e debba essere calibrata sul sesso di appartenenza, come le terapie possano risultare più o meno efficaci in relazione
al genere.

Introduce:
Fulvia Perillo, Consigliera Prov.le di Parità

Sex and gender specific medicine

Un seminario fra esperti, politici, decisori per rimarcare ancora una volta l’importanza della prospettiva di genere nella formazione delle competenze al servizio della salute dei cittadini. Il seminario è stata anche l’occasione per presentare una nuova iniziativa: un Corso di Alta Formazione in Sex and Gender Specific Medicine per l’amministrazione pubblica.

Programma

SALUTI

Antonella Ninci – Presidente CPO INAIL

Paolo Occhialini – Direttore INBB

Laura Bianconi – Senatrice-Commissione Igiene e sanità del Senato

CHAIRPERSON

Paola Conti – Sociologa della salute – Sintagmi

 

INTERVENGONO

Flavia Franconi – Prof. di Farmacologia, Università di Sassari

Monica Bettoni – Direttore Generale, Istituto Superiore della Sanità

Linda Laura Sabbadini – Direttrice centrale ISTAT

Elisa Manacorda – Giornalista scientifica, direttore di Galileo